Atri e Castelli: due luoghi, una sola storia modellata nella terra e dipinta dal fuoco.

È il filo che unisce la città ducale alla straordinaria tradizione delle ceramiche di Castelli, una delle espressioni più alte dell’arte abruzzese e italiana. Un legame che non nasce soltanto dalla vicinanza geografica, ma affonda le sue radici nella storia, nei rapporti tra famiglie nobili atriane, nelle committenze nobiliari e nel viaggio di artisti e maestranze che portarono ad Atri i segreti delle fornaci castellane.

Scoprire questo rapporto significa guardare Atri da una prospettiva nuova, non soltanto come città che ha accolto e conservato le ceramiche di Castelli, ma come luogo nel quale quella stessa arte fu praticata, sostenuta e trasformata.

Due città, una storia antica

Il rapporto tra Atri e Castelli ha origini remote. In epoca romana, il territorio sul quale sarebbe sorta Castelli rientrava nell’antico Ager Hatrianus, la vasta area gravitante intorno ad Hatria. Fin dall’antichità, dunque, la città adriatica e i territori ai piedi del Gran Sasso appartenevano a uno stesso orizzonte geografico, economico e culturale.

Nei secoli successivi le strade della montagna e quelle della collina continuarono a incrociarsi. Da Castelli giungevano manufatti, maestri e conoscenze tecniche e Atri offriva una corte, dimore prestigiose, istituzioni religiose e una società colta, capace di riconoscere il valore di oggetti che non erano più semplici stoviglie, ma autentiche opere d’arte dipinte sulla maiolica.

L’argilla di Castelli incontrava così il gusto, il prestigio e la vita culturale della città ducale. Per un nobile atriano non era solo normale, ma anche doveroso possedere delle ceramiche di castelli.

I Grue: una dinastia di ceramisti tra Castelli e Atri

Il nome che meglio racconta questa connessione è quello dei Grue, una delle più importanti famiglie di ceramisti della storia italiana. Originari di Castelli e attivi per generazioni tra il XVI e il XVIII secolo, i Grue trasformarono la maiolica in una superficie pittorica sulla quale rappresentare paesaggi, episodi biblici, scene mitologiche, allegorie, architetture e momenti della vita quotidiana.

Le loro opere erano destinate alle famiglie aristocratiche, agli ecclesiastici, ai professionisti e ai collezionisti più raffinati. Piatti, vasi, mattonelle e servizi da tavola diventavano simboli di cultura, ricchezza e prestigio sociale. Ma la storia dei Grue non rimase confinata alle botteghe di Castelli.

Nel 1726 Aurelio Anselmo Grue, figlio del celebre Carlo Antonio, si trasferì ad Atri e continuò qui la propria attività artistica. Nello stesso periodo fu raggiunto dai fratelli Isidoro e Liborio Grue, con i quali tentò di avviare una fornace comune. Atri non fu soltanto una città nella quale arrivavano le ceramiche prodotte altrove. Per un periodo divenne essa stessa un luogo di produzione della maiolica artistica, grazie alla presenza diretta dei maestri castellani.

Le fonti ricordano una vera attività ceramica dei fratelli Grue nella città. In una casa di Vico Troili, abitata da Aurelio e Liborio, furono ritrovati nel Novecento piattelli e coppette nascosti all’interno di un ripostiglio murato, testimonianze concrete di una stagione nella quale l’arte di Castelli mise radici nel cuore di Atri.

Gli Acquaviva e il mecenatismo della città ducale

Ad accogliere e favorire Aurelio Anselmo Grue fu la nobile famiglia degli Acquaviva d’Aragona, Duchi di Atri e protagonisti per secoli della storia politica e culturale della città. La presenza degli Acquaviva permette di comprendere la profondità del rapporto tra Atri e le ceramiche di Castelli. Le grandi famiglie non erano necessariamente impegnate nella produzione materiale delle maioliche (anche se i Duchi D’Acquaviva hanno posseduto per più di due secoli delle aziende nella Città di Castelli per la produzione diretta), ma il loro ruolo era spesso quello di committenti, protettori, mecenati e raffinati destinatari delle opere.

Nelle dimore nobiliari la ceramica istoriata entrava a far parte degli arredi di rappresentanza. Un piatto dipinto, un vaso da parata o un servizio decorato raccontavano il rango della famiglia, la sua cultura e la capacità di partecipare ai linguaggi artistici più moderni del tempo.

Favorendo il lavoro di Aurelio Grue, la corte degli Acquaviva contribuì a creare ad Atri uno spazio nel quale la tradizione castellana potesse continuare a esprimersi. Il risultato fu una produzione elegante, riconoscibile per i paesaggi, le architetture e le delicate tonalità azzurre che caratterizzavano lo stile dell’artista. Il legame tra Atri e Castelli fu quindi anche un incontro tra il sapere delle botteghe e il gusto della nobiltà, tra la mano del ceramista e lo sguardo del committente.

La famiglia Bindi: collezionare per salvare la memoria

Un altro nome fondamentale è quello della famiglia Bindi. A differenza dei Grue, i Bindi non furono una dinastia di ceramisti. Il loro ruolo fu altrettanto prezioso: raccogliere, studiare, proteggere e trasmettere le opere prodotte dalle grandi botteghe abruzzesi. Vincenzo Bindi, intellettuale, storico dell’arte e appassionato cultore del patrimonio regionale, dedicò molti anni alla ricerca delle antiche maioliche. La sua collezione riunì opere capaci di documentare l’evoluzione della ceramica abruzzese attraverso più secoli di storia.

Nel 1976 il figlio Gaetano donò al Museo Capitolare di Atri cento pezzi della raccolta paterna, trasformando una passione familiare in un patrimonio accessibile all’intera comunità.

Piatti, mattonelle, vasi, albarelli e servizi raccontano ancora oggi le diverse stagioni della maiolica di Castelli e delle altre officine abruzzesi. Nelle vetrine compaiono i nomi dei Grue, dei Gentili, dei Cappelletti e dei Fuina, famiglie nelle quali l’arte veniva tramandata di generazione in generazione, insieme alle formule degli smalti, alla conoscenza del fuoco e alla straordinaria abilità della pittura a pennello.

La Collezione Bindi rappresenta così l’ultimo tratto del filo che unisce le due città. Castelli creò i capolavori, Atri li accolse e la famiglia Bindi contribuì a salvarne la memoria.

Anche la Famiglia Sorricchio (e in particolare il Nicola Sorricchio) fù tra i maggiori artefici della crescita della ceramica in Atri grazie a ingenti acquisti e produzioni dirette di opere castellane, oggi per lo più divise in preziose collezioni private. Il Nicola Sorricchio possedette in proprietà, per circa 20 anni, un’azienda collocata nel centro della Città castellana.

Il Museo Capitolare: Castelli nel cuore di Atri

Oggi questo intreccio di storie può essere riscoperto nel Museo Capitolare di Atri, all’interno del complesso della Cattedrale. La grande sala dedicata alla ceramica ospita opere comprese tra il XVI e il XX secolo. Il nucleo della Collezione Bindi è affiancato da maioliche raccolte e conservate nel tempo dai canonici del Capitolo della Cattedrale.

Qui il visitatore incontra Aurelio, Liborio, Anastasio, Carlo Antonio, Francesco Antonio Saverio e gli altri esponenti della famiglia Grue, insieme ai maestri Gentili, Cappelletti e Fuina.

Ogni oggetto racconta un viaggio. Dalla terra modellata nelle botteghe di Castelli alle dimore e alle istituzioni religiose di Atri; dalle fornaci settecentesche alle raccolte private; dalla passione dei collezionisti alle vetrine del museo. Non si tratta soltanto di osservare ceramiche antiche. Si tratta di riconoscere, nei colori ancora luminosi delle maioliche, una storia di relazioni umane, di committenze, di migrazioni artistiche e di famiglie che hanno saputo produrre o custodire la bellezza.

Da Atri a Castelli: un itinerario nella bellezza abruzzese

Visitare Atri e proseguire verso Castelli significa percorrere un unico grande itinerario culturale. Ad Atri si scoprono il contesto nobiliare, il mecenatismo degli Acquaviva, la presenza dei fratelli Grue e la straordinaria Collezione Bindi. A Castelli si entra nei luoghi nei quali l’argilla continua ancora oggi a essere modellata e dipinta secondo una tradizione secolare. Sono due città diverse, ma legate dalla stessa materia.

Da una parte la città ducale, con i suoi palazzi, la Cattedrale e le raccolte d’arte. Dall’altra il borgo delle fornaci, sospeso sotto le montagne, nel quale intere generazioni hanno trasformato la ceramica in pittura. Tra Atri e Castelli la distanza si misura in pochi chilometri, ma il viaggio attraversa secoli di storia.

È un cammino tra famiglie nobili, maestri ceramisti e collezionisti illuminati. Un percorso nel quale l’arte non rimane chiusa nel passato, ma continua a raccontare l’identità più autentica dell’Abruzzo.

Atri e Castelli: due luoghi, una sola storia modellata nella terra e dipinta dal fuoco.